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GIUSEPPE COSTA ◌ HEIMAT

giuseppe costa


giuseppe costa


giuseppe costa


giuseppe costa


giuseppe costa


giuseppe costa



Giuseppe Costa - Heimat
a cura di Giuseppe Mendolia Calella
testi di Giuseppe Mendolia Calella e Federico Lupo

dal 25 ottobre al 16 novembre 2013

Media partner:
Balloon Contemporary Art, Communication, Curating Art & Publishing Projects www.b-a-l-l-o-o-n.it






Nell’ultimo quarto d’ora risorse in me prepotente quella nostalgia che nel corso degli anni mi aveva abbandonato, ogni cespuglio di ginestra sulla banchina e
ogni recinto di giardino a me familiare mi divennero stranamente cari, e chiesi loro perdono per aver potuto tanto a lungo dimenticarli e farne a meno.
(Hermann Hesse, Bella è la gioventù)
 
 
Dissertatio medica de nostalgia (1688) è il trattato clinico di J.Hofer in cui, per la prima volta, lo studioso definì la nostalgia, ovvero, la “malattia della lontananza” (dal greco “nostos”, ritorno e “algos”, dolore) patologia di cui lui stesso coniò la nomenclatura e di cui studiò le sintomatologie sui soldati svizzeri costretti ad arruolarsi presso guarnigioni straniere e a non vedere più, a causa della lontananza, le alture e il paesaggio natio.
 
La serie inedita “Heimat” di Giuseppe Costa (Palermo, 1980) a cui è dedicata l’omonima mostra parte proprio dagli studi di Hofer e da una circostanza  biografica dell’artista, ovvero, il suo trasferimento da Palermo a Milano.
“Heimat” (“luogo di identità”, “luogo in cu ci si sente a casa”) è un termine tedesco di difficile traduzione, usato nella Germania del XIX secolo contestualmente all’industrializzazione del paese che provocò massicci spostamenti della popolazione dalle aree rurali verso la città. Questo flusso migratorio interno e la crescita economica determinarono nuove condizioni di vita con la conseguente perdita dell’identità locale a favore di un livellamento nazionale, vissuto, quest’ultimo, come un male che è possibile “combattere” conservando le proprie tradizioni e usanze, nonostante la distanza dal luogo natio.
 
Costa reinterpreta e crea il suo “Heimat“ scegliendo l’inesattezza emotiva del ricordo al rigore del disegno fatto dal vivo. Ecco che il suo tratto si fa flebile e sfocato, la grafite non traccia linee nette o segni perimetrali ma scivola leggera assecondando un flusso mnemonico empatico.
 
Costa scrive il suo “trattato sulla lontananza”, disegnando montagne: in altre parole tutto ciò che “rimane fermo”, immobile. Disegna le sue montagne, luoghi in cui tutto gli appartiene e in cui tutto lo attende per dargli un nuovo benvenuto. Disegna il suo punto di riferimento, il “porto sicuro”  a cui può sempre far ritorno fisicamente e metafisicamente ogni volta che ne sente il bisogno. Le sue montagne sono bianche e opalescenti, alterate da una malinconia romantica e onirica. Una coltre di neve e nebbia congiunge allegoricamente le vette di Palermo con le atmosfere “bianche” di Milano. Le origini e l’orizzonte; il principio e il divenire; il luogo natio e la nuova dimora...
 
Ciò che è lontano si fredda, si congela come le sagome delle montagne che tornano blu e indefinite mentre i chilometri si accumulano sulla strada.
Le montagne: le prime che ci accolgono arrivando, ancora lontani dalla città si alzano in saluto; le ultime a darci l’arrivederci nell’andare…
Lontane. Piatte sagome blu su cui si increspano le nubi scontornandone i profili.
Si gettano inarrestabili sul mare nell’avvicinarsi. Si definiscono i volumi e il blu lascia spazio ai colori che si accendono lentamente svelando case e castelli su di essi poggiati.

Giuseppe Mendolia Calella




Senza troppa difficoltà, in questi ultimi anni, è possibile tracciare una linea che interseca la ricerca di una generazione di artisti palermitani - che orientativamente iniziava a formarsi intorno ai primi anni del 2000 – capace di attraversare un immaginario denso e grumoso per giungere ad una rappresentazione lieve, pastosa, come se la melma del reale fosse tradotta attraverso una lente appannata.

Lentamente, senza troppo clamore, Palermo sembra lasciarsi alle spalle un certo ‘modo’ di intendere la pittura, un ‘modo’ che in molti definiscono ‘scuola’ e che, se non altro, ha avuto il merito di innescare uno svecchiamento adottando linguaggi in grado di caratterizzare tutti gli anni ’90.

Sia chiaro, non si tratta di un’antitesi, nè di uno scontro, piuttosto di un approccio deviato da un quadro storico-sociale annichilito, piegato a fazzoletto su se stesso.

Uno degli autori in questione è indubbiamente Giuseppe Costa (Palermo, 1980), da tempo intento a stendere alacremente strati di grafite e carboncino su carte di diverso formato.

Costa è un moderno spazzacamino, un artista che porta con se la fuliggine asportata dalle canne fumarie, depositata infine in forma di disegni ad indistinta definizione. E’ solito utilizzare dei banalissimi carboncini, eppure la combustione della legna in un camino, capace di riscaldare e di uccidere con la stessa lievità consumando ogni traccia d’ossigeno, probabilmente è quanto più si avvicina al metodo di ricerca condotto dall’autore.

La combustione distrugge l’ossigeno, la mente perde lucidità, i riflessi diventano lenti, i muscoli deboli e fiacchi, visioni alterate come nelle piccole serie realizzate dall’artista, ed in particolare nelle più recenti ‘Heimat’ e  ‘Camera Oscura’, dove l’afflato romantico non fa concessioni a languidi cascami ornamentali.

La prassi artistica di Costa affronta temi ricorrenti lungo la storia dell’arte, su tutti il tema del ritorno, quell’impossibilità che si fa nostalgia indagata attraverso un censimento delle montagne limitrofe alla città di Palermo, private da elementi identificativi non strettamente morfologici e caratterizzate da una spaesante luce al neon. Un omaggio per ribaltamento ai paesaggisti siciliani dell’800, ed in particolare al palermitano Francesco Lo Jacono (1838-1915), detto ‘ladro del sole’ per l’indiscussa capacità di descrivere il dorato ambiente luminoso tipico del sud.

Il mare, un altro degli elementi paesaggistici presenti nelle opere dell’autore, è ancora una volta il tramite per raccontare abbandoni e distanze, scenari di glaciale limpidezza in cui l’uomo è ridotto alla fragilità di un’ombra.

Le opere di Costa fanno i conti con una compostezza classica che nulla ha a che fare con certo vistoso impeto pittorico, muovendosi piuttosto su delicatissimi fuori fuoco in scala di grigi in cui il nero fondo affiora di rado. Così il ciclo ‘Camera Oscura datato 2013, suona adesso come un requiem in cui il velluto del nero più fondo, per la prima volta protagonista, ingoia palchi di cervidi come si trattasse delle tessere di un reliquiario.

In ultima analisi, l’attenzione di Costa per la natura, è quindi un buon viatico per un’introduzione alla comprensione dell’uomo e dell’inconsistenza delle sue paure.

Federico Lupo