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GIUSEPPE BUFFOLI ◌ IL PREZZO DELLE NOCI






























Giuseppe Buffoli – Il prezzo delle noci
A cura di Andrea Lacarpia e Rossella Moratto


Inaugurazione: venerdì 3 marzo ore 18.30

Apertura mostra: dal 3 marzo al 2 aprile 2017

Orario di apertura: tutti i venerdì dalle 17.00 alle 19.00, altri giorni su appuntamento

Luogo: DIMORA ARTICA, via Matteo Maria Boiardo 11 – Milano (MM1 Turro)



Dimora Artica presenta Il prezzo delle noci, mostra personale di Giuseppe Buffoli a cura di Andrea Lacarpia e Rossella Moratto. L’artista presenta nuove opere, sculture e disegni incisi che derivano dalla suggestione della concavità della cupola del Pantheon, cosmica semisfera che, come un ventre materno, genera forme figlie.

Il progetto nasce da riflessioni sulla forma di un macchinario utilizzato nell’ultimo restauro del Pantheon, una particolare struttura che ricalca il vuoto dell'edificio che la contiene, oltre ad essere a sua volta vuota all’interno.

La mostra si svolge nell’ambito della collaborazione tra Dimora Artica e Galleria Arrivada, in una sinergia che nasce dalla stima e dal comune impegno nella promozione dell'arte contemporanea.




Testo di Andrea Lacarpia

Entrare nel Pantheon è una delle esperienze più intense che si possano vivere, un edificio che resiste ai mutamenti del tempo in un meraviglioso insieme di equilibrio e stabilità, importante testimonianza del sincretismo della civiltà romana e metafora di perfezione ideale grazie alla sua forma esattamente sferica.
Pur partendo da conoscenze ingegneristiche, la costruzione di edifici prodigiosi è spesso il risultato di innovative astuzie, come nel caso della grande cupola del Pantheon, dal peso progressivamente alleggerito fino al vuoto dell'oculus nella sommità.
L'ingegno, intelligenza intesa come principio di creatività o come capacità inventiva volta alla risoluzione di problemi pratici, è stimolato dal desiderio di ottenere l'impossibile, impulso che muove l'uomo verso nuove scoperte ma che può anche portare al fallimento.
Ed è proprio la precarietà dell'equilibrio ottenuto con soluzioni ingegnose e bizzarre il focus intorno al quale si muove la ricerca di Giuseppe Buffoli, in cui la dialettica tra desiderio di stabilità e difficoltà nell'ottenerlo si risolve nell'accettazione dell'imprevisto come elemento vitale che trascende la logica.
Del Pantheon, luogo particolarmente amato dall'artista e oggetto anche di opere precedenti, Giuseppe Buffoli ci mostra degli elementi poco noti, in un progetto che nasce da riflessioni sulla forma di un macchinario utilizzato nella manutenzione dell'interno della cupola durante l’ultimo restauro. Tale struttura interessa Buffoli perché ricalca il vuoto dell'edificio che la contiene, oltre ad essere a sua volta vuota all’interno.
La lotta contro la gravità propria dell’architettura è un continuo contrapporsi al vuoto, che nella forma citata da Buffoli diviene tangibile presenza e nel contempo contenitore di un’ulteriore assenza.
Una leggenda popolare narra la creazione del fossato che circonda il Pantheon come il risultato della furia del diavolo ingannato da Pietro Bailardo, mago e brigante che, prima di rifugiarsi all’interno del tempio, per ripagarlo dei suoi servigi gli diede delle noci al posto dell’anima pattuita. Le noci assumono quindi un valore simbolico, rappresentando l’astuzia dell’uomo che supera le avversità con l’ingegno, e in tal senso sono utilizzate da Buffoli come punto su cui poggia l’intera installazione realizzata per Dimora Artica, reggendo con un magico equilibrio un alto basamento, formato da tre stecche da biliardo e un piano di legno dalla forma irregolare, e la scultura su di esso, pienamente visibile dal soppalco per rivelare la propria concavità con un interno inaspettato.



Testo di Rossella Moratto

«La scultura dovrà essere la più sottile,
la più astratta delle arti.»
«Penso che le forme vere siano invece ideali matrici.»
Arturo Martini

Astratta e sottile: aggettivi apparentemente poco adatti alla scultura, abitualmente pensata come massa e quindi peso, concretezza. Ma la scultura, che si manifesta materialmente nella sua dimensione costruttiva in potenza e in atto, è anche volume cavo, che contiene potenzialmente una forma la quale – come scriveva quasi settant’anni fa Arturo Martini – rivela il potere generatore del vuoto inteso come «un buco di materie e concezioni diverse» le quali si sviluppano autonomamente in un oggetto, una «terza creatura».
È su questa natura duplice e misteriosa della pratica scultorea che riflette Giuseppe Buffoli realizzando questi lavori che derivano dalla suggestione di uno spazio vuoto: la concavità della cupola del Pantheon, cosmica semisfera che, come un ventre materno, dà vita forme-figlie. Così la struttura dell’opera corrisponde alla volta architettonica del tempio, è a sua volta cava, contenitore e contenuto, proto-architettura e frammento che attualizza la storia. Nera e priva di riflesso, al suo interno – come un vaso alchemico – rivela un sorprendente segreto, una superficie luminescente che rimanda idealmente a una dimensione diafana e atmosferica visibile però solo dall’alto. Non c’è un punto di vista privilegiato, né un percorso obbligato di lettura, né tantomeno un’interpretazione certa: l’opera non è mai una realtà scontata ma si rivela gradualmente, richiede tempo e attenzione, movimenti di avvicinamento, osservazione dal basso e dall’alto e di lato per riuscire a scoprirne la conformazione che non si dà mai al primo sguardo. Si tratta di un corpo asimmetrico e fragile, in equilibrio su lunghe stecche che appoggiano su noci dorate. La sottile vertigine dello stare in bilico esprime l’instabilità delle cose che poi è quella della vita stessa, metafora del pericolo ma anche del cambiamento, una precarietà che scommette ironicamente sulla sua durata e sulla sua capacità di resistenza. Questa capacità sta anche nella sua potenzialità generatrice, nel riprodurre se stessa quasi per partenogenesi: l’opera si circonda così di sue filiazioni, una scultura di piccole dimensioni anch’essa in equilibrio precario su sottili gambe lignee e alcuni disegni incisi che ne moltiplicano la forma definendo uno spazio concettuale che rimanda iconograficamente all’architettura del tempio romano e alla sua origine, facendo riferimento alla leggenda medievale del mago Bailardo sulla costruzione del fossato, da cui deriva il curioso titolo della mostra.
L’arte rinnova la narrazione e il mito attuando non una semplice interpretazione ma una trasformazione che dà luogo – citando ancora Martini – a «un passaggio da una dimensione a un’altra, cioè da un piano nativo a uno creativo» affermando se stessa «in una dimensione di ordine costruttivo, cioè tra veggenza e chiaroveggenza».