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ANDREA MARTINUCCI ◌ GLORY BLACK HOLE

Andrea Martinucci - Dimora Artica

Andrea Martinucci - Dimora Artica

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Andrea Martinucci - Dimora Artica

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Andrea Martinucci - Dimora Artica

Andrea Martinucci - Dimora Artica

please scroll down for the English version

ANDREA MARTINUCCI - GLORY BLACK HOLE

A cura di Dimora Artica

Testo di Claudia Contu

Con la collaborazione di Renata Fabbri Arte Contemporanea


Inaugurazione: mercoledì 14 novembre ore 18.30

Apertura mostra: dal 14 novembre al 15 dicembre 2018. Mercoledì, Giovedì, Venerdì h 17.00 – 19.00, altri giorni su appuntamento.

Luogo: DIMORA ARTICA, via Matteo Maria Boiardo 11 – Milano (MM1 Turro)


Dimora Artica presenta Glory Black Hole, mostra personale di Andrea Martinucci (1991, Roma), in collaborazione con Renata Fabbri arte contemporanea. Accompagnato da un testo di Claudia Contu, una pubblicazione a edizione limitata e un sito web, il progetto di Martinucci comprende dei dipinti inediti della serie .jpeg e un’installazione che insieme trasformano lo spazio espositivo in un ambiente a metà tra vita reale e virtuale.




― Nothing unknown is knowable.
Don't you think it's depressing?” ―

Tony Kushner, Millennium Approaches

2018. Da qui si vedono tutti i segnali di una crisi visuale ed epistemologica (insieme ad altre di stampo ecologico, economico e politico) che ha effetto a livello globale e si manifesta attraverso un rifiuto collettivo per significati certi o giudizi morali ereditati dalla tradizione del passato. La sicurezza con cui qualcosa era considerato “giusto” e il suo opposto potenzialmente pericoloso non trova più riscontro, così come il dare per scontato che una persona debba essere chiamata “lei” o “lui”, o il dire che l’antropologia ha a che fare con l’uomo, o che  questa fetta di torta di carote che sto mangiando esiste ma non percepisce la realtà. Esempio pratico: un’intelligenza artificiale è generalmente vista come un oggetto (non respira) che può imparare dall’esperienza della realtà. Se questo è vero, sarai d’accordo nel dire che tale intelligenza deve percepire un qualche grado di realtà, se vuole imparare da essa (lo vorrà davvero?).

Per crisi visuale, invece, intendo una crisi nel campo dell’estetica: oggi si guarda con diffidenza ai paradigmi estetici teorizzati dall’Occidente e consolidati nella Critica del Giudizio di Kant, e tale rifiuto coinvolge l’idea stessa di “arte”, che si lega sempre più a diversi settori creativi e sociali dal quale in passato prendeva nette distanze. Il ritorno del cattivo gusto è una delle testimonianze più evidenti di questa crisi, così come l’influenza di modelli estetici sviluppati al di fuori di Europa e America. Le foto dell’ultima campagna di Balenciaga sono tutto tranne che “belle”, ma questo non vuol dire che le persone non ne siano attratte. La critica Lea Vergine, parlando dell’uso della spazzatura in arte, ha scritto che “noi stessi siamo stati gettati via o rifiutati da altri esseri umani, più o meno su base giornaliera, e siamo forzati a recuperare, raschiare e riassemblare insieme frammenti di noi stessi” (L. Vergine, When Trash Becomes Art. Trash rubbish mondo, 2007: 7). Mi riconosco in uno scatto di Balenciaga molto più di quanto non farei di fronte alla Nike di Samotracia. I grandi ideali non mi ispirano più di tanto: a influenzare chi sono e qual è il mio posto in questo mondo sono quei frammenti tutti strani, storpi ed ibridi che assimilo dall’unione di realtà e fantasia.

Queste premesse danno la possibilità di mescolare di tutto per il semplice gusto di farlo, permettendo di formare significati nuovi e modi di sentire inaspettati. Il lavoro di Andrea Martinucci (*1991, Roma) si trova qui, nella metropoli chiamata Realismo Speculativo, luogo in cui elementi del reale vengono combinati attraverso l’uso di meccanismi narrativi speculativi. È la stessa città dove coabitano, seppur in diversi quartieri, artisti come Björk, Jesse Darling, Marguerite Humeau, Lawrence Lek, Alessandro Michele, Hardeep Pandhal e molti altri. La pittura di Andrea fa uso di un vocabolario di immagini che attinge alla massa di fotografie trovate online. Esse vengono poi riprodotte su tela e coperte da campiture di colore, scritte e linee che ne cancellano la narrazione originaria. Rifiuti digitali, il senso di tali foto era in realtà già nullo per via del volume con cui si presentano in rete e il numero di volte in cui sono riprodotte. Ma i loro frammenti danno ora a te, spettatore, la possibilità di domandarti che cosa stesse a significare l’originale, che bisogno ci fosse di trasmettere quel ricordo, chi o cosa fosse sullo sfondo della foto e in primo piano, la loro relazione l’uno con l’altro e così via. Forme, colori e soggetti usati dall’artista riflettono la contemporanea estetica del consumo che prende spunto da grafiche fai-da-te e forme di graphic design al limite del trash che prendono ispirazione dall’immaginario sviluppato dalla tecnologia e dalla sua velocissima capacità di sviluppo.

Per Glory Black Hole, Andrea ha creato un ambiente che sta a metà tra vita reale e virtuale. Le tele della serie .jpeg abitano lo spazio al piano terra di Dimora Artica insieme a una tenda su cui è riprodotto “Bliss”, il famoso wallpaper di Windows XP. Tale immagine, acquistata da Microsoft tra una miriade di immagini stock, è stata scelta forse per delle qualità invitanti rintracciabili nel titolo (“suprema gioia”), nel soggetto e nei colori, che avrebbero aiutato a produrre un senso di benessere in quegli impiegati costretti alla scrivania e al computer. Se oggi, riguardando l’immagine, quel senso di benessere sembra costruito e di fatto inarrivabile tramite un’immagine del genere (crisi visuale), il velo presentato da Andrea invita al superamento della collina per raggiungere nuove immagini, nuove narrative e nuovi orizzonti, suggeriti dalle tele sulla parete retrostante “Bliss”. Come in Schopenhauer e nella sua teoria sul velo di Maya, solo superando un iniziale stato di cecità e incomprensione dato dalla novità dell’esperienza che si attraversa sarà possibile entrare in un mondo in cui nessuno può dire che A sia per forza uguale ad A e diverso da B, perché tutto sarà semplicemente sfumato e intrecciato, come un sogno. È anche vero che in un ambiente del genere nessuna narrazione o fatto saranno abbastanza completi per farci davvero comprendere gli oggetti, le persone e le situazioni che ci circondano. Al primo piano della galleria, l’appropriazione indebita di una delle massime più famose del pensiero occidentale gioca con questo potenziale di essere in errore, e al contempo allerta il pubblico nei confronti di preconcetti o narrative costruite per consolidare sistemi di conoscenza e credenze prodotte per sostenere punti di vista strettamente arbitrari, ritenuti inaffidabili o addirittura pericolosi.
Crisi epistemologica, come suggerito all’inizio.
 

Per continuare a sognare, visita gloryblackhole.cargocollective.com 

C. C.

 

ANDREA MARTINUCCI
GLORY BLACK HOLE

Curated by Dimora Artica
Text by Claudia Contu

In partnership with Renata Fabbri Arte Contemporanea


Opening: November 14th at 18:30

The exhibition will be open: From November 14th to December 15th  2018, Wednesday, Thursday, Friday 5.00 - 7.00 pm, other days by appointment.

Location: DIMORA ARTICA, via Matteo Maria Boiardo 11 – Milano (MM1 Turro)


Dimora Artica presents Glory Black Hole, solo show by Andrea Martinucci (Rome, 1991), in collaboration with Renata Fabbri arte contemporanea. With a text by Claudia Contu, a catalogue published in limited edition and a website, the project by Martinucci includes some new paintings from the .jpeg series and an installation whose aim is to transform the exhibition space in a place halfway between real and virtual life.




― Nothing unknown is knowable.
Don't you think it's depressing?” ―

Tony Kushner, Millennium Approaches

The year is 2018. From here, I’m able to see the hallmarks of a global epistemological and visual crisis (along with some ecological, economic and political ones as well) that is manifested through a collective refusal for former established meanings or moral inscriptions. The easy stability through which one thing was seemingly good and the other potentially threatening is not given for granted anymore, nor is the general agreement on calling a person a “she” or a “he”, or saying that anthropology is about humans, or that this piece of carrot cake I’m eating exists but doesn’t perceive reality. Actually, if you take AIs, which are technically objects (they don’t breathe) learning from reality, you may agree in saying that they have to perceive and experience reality, if they want (do they?) to learn from it.

On the other hand, this visual crisis partakes in the realm of aesthetics: we face a degree of refusal towards the Western aesthetic paradigms grounded in Kant’s Critique of Taste that involves art and extends to all sorts of creative fields. The coming back of bad taste is a sign of it: pictures from the last Balenciaga campaign might be nothing but ‘beautiful’, but that doesn’t retain the people from liking them. Italian theorist Lea Vergine, in writing about the use of trash in art, stated that “we ourselves have been discarded or rejected by other human beings; more or less on a daily basis, we are forced to recover, scrape together and reassemble fragments of ourselves” (L. Vergine, When Trash Becomes Art. Trash rubbish mongo, 2007: 7). I recognise myself in a shot by Balenciaga more than I would in front of Samothrace’s Nike. Abstract ideals don’t appeal to me anymore: I crave the awkwardness, lameness, and hybridity of reality and fantasy collapsing into each other. That is what affects who I am; what my place in this world is.

This premise means that I can mix things up for the sake of doing it, while creating unexpected forms of meaning and ways of feeling. The work of Andrea Martinucci (*1991, Rome) seems to sit here, in the realm of Speculative Realism, a place where elements of the real are combined with speculation - the same metropolis that is also inhabited, in different neighbourhoods, by artists like Björk, Jesse Darling, Marguerite Humeau, Lawrence Lek, Alessandro Michele, Hardeep Pandhal, and many others. Andrea’s work makes use of pictures found on the Internet and representing moments from other users’ lives. Once layered with colour-field painting, lines and writings, the narration they originally embodied is erased and lost. This raw material, or digital trash, is thus involved in a process of annihilation as the result of the volume in which it comes or is reproduced on the web. Originally meant to tell stories and share memories, those pictures are now unreadable and this gives you, the beholder, a chance to wonder what it all was about, what the need behind sharing those pictures was, what or who was in the background, and so on. Forms, colours, and subjects used by Andrea reflect the contemporary aesthetic of consumption while taking advantage of DIY graphics and crappy futuristic designs inspired by the fast-paced technological development we witness every day.

For Glory Black Hole, the artist has created a setting that stays in between ordinary life and virtual reality. The canvasses from the .jpeg series inhabit Dimora Artica’s groud floor with a curtain displaying “Bliss” (Windows XP’s most famous wallpaper), chosen by Microsoft among a number of stock images probably because of its inviting qualities, which would hopefully produce a sense of wellbeing in desk-based employees. If this sense of wellbeing seems artificial and perhaps unachievable, on the contrary the veil in Dimora Artica’s space invites you to overcome the hill and reach out for new images, new narratives and new horizons beyond it. Evoking Arthur Schopenhauer’s veil of Maya, the work suggests that only by overcoming an initial state of blindness, which is given by the novelty of the experience you’re gathering, you will be able to enter a world where nobody can say that A equals A alone and is different from B, because everything will be just like a dream. To a certain extent, no hypothesised narration will be satisfying enough to fully understand objects, people, the situations they enable or the universe itself. On the first level of the gallery, the misappropriation of one of the most famous maxims of the Western philosophical tradition plays with this potential of being mistaken and warns about the presumption of assessed narratives that serve to establish knowledge systems and beliefs from arbitrary points of view.
An epistemological crisis, as I said at the beginning.



To keep dreaming, visit gloryblackhole.cargocollective.com

C. C.