DANIELE CARPI – COME CIMA SELVOSA

13/10/2017 – 16/10/2017

Participation of Dimora Artica in ArtVerona fair

IT

Rispetto alle azioni ordinarie che si svolgono nella prevedibilità di un ambiente già noto, viaggiare è un’azione che presuppone uno spostamento più ampio in luoghi meno noti, e quindi un’apertura all’imprevedibile. Il viaggio è da sempre associato alla dimensione immaginativa, la tensione rinviante che spinge all’esterno di sé aprendo la strada a nuove possibilità. Nei racconti mitici il viaggio associato alla perdita di coordinate certe è un mitologema ricorrente, metafora dell’instabilità della psiche mossa da desideri contrastanti, dei quali solitamente il mito suggerisce una sintesi dinamica, in cui razionale e irrazionale sono integrati in una nuova unità.
A distanza di millenni la vita interiore e il suo rapporto con l’ambiente esterno si mostra sempre nella sua complessità: che si navighi nel mare, nello spazio o nel web, l’uomo deve sempre fare i conti con un destino imprevedibile ed un’alterità perturbante.
Il peregrinare di Ulisse tra sconosciute isole abitate da esseri fantastici non è dissimile dall’esperienza del protagonista di 2001: Odissea nello spazio. In entrambi i casi lo smarrimento, il pericolo e l’abbandono aprono un confronto tra volontà e destino, in cui la coscienza razionale deve fare i conti con il proprio substrato pulsionale.
Pur essendo espressione di aspetti innati della natura umana, i segni che emergono dal profondo possono apparire incongrui come creature bizzarre, in cui la dimensione antropologica si perde in un altrove che, selvatico o tecnologico che sia, chiede di essere integrato alla coscienza.
L’improvviso apparire di un’alterità non ancora identificabile razionalmente è descritto da un passo del nono libro dell’Odissea nel quale il mostruoso Ciclope viene comparato alle impervie aree boschive di una montagna isolata dal resto, separandolo così da ogni concezione di civiltà umana.
Il passo originale recita: “Ed era un mostro immenso, non somigliava ad un uomo che mangia pane, ma alla cima selvosa di altissimi monti, che appare isolata dalla altre”. Affrontando il Ciclope, Ulisse si scontra con i residui di un’era titanica dominata da incontrollabili forze telluriche, incarnate da figure talmente remote da non poter essere descritte in termini umani. Confondendosi con il paesaggio, il Ciclope appare indifferenziato come le energie originarie che contengono in potenza tutte le possibilità di sviluppo della natura e della cultura, non ancora separate.

In parte ispirata a suggestioni aperte dalla lettura della descrizione omerica del Ciclope-montagna, l’installazione Come cima selvosa s’inserisce con coerenza nella ricerca di Daniele Carpi, sviluppata intorno ad una visione dell’opera come risultato di una sintesi mai definitiva, in cui il dialogo tra istanze opposte genera forme composite che, come nel fenomeno della pareidolia, stimolano una percezione instabile. Nelle opere di Carpi l’uomo è formato dall’ambiente che lo circonda e viceversa, aprendo riflessioni sull’agire umano tra volontà ed abbandono, potere e fallimento.
Se nell’installazione realizzata nel 2016 all’Edicola Radetzky compariva un imperatore decadente, immerso nella vegetazione per impersonare il paradosso della sovranità tra ordinamento politico e vita biologica, nel progetto Come cima selvosa emerge l’isolamento del Ciclope, testa-montagna separata dal resto del mondo come sintomo di una natura originaria inaccessibile.
Nella testa-paesaggio si mettono in discussione le definizioni di natura e cultura, in un confronto tra una realtà in divenire e le definizioni astratte che ne vogliono fissare i limiti. Il paesaggio osservato assume una forma antropomorfa e l’uomo diviene paesaggio, soggetto e oggetto della visione si fondono in un gioco di specchi in cui interiorità e mondo esterno coincidono. Il busto del Ciclope, sviluppato in più versioni presenti nell’installazione, si presenta come un asteroide, una pietra aliena che osserva dall’alto unendo il mondo minerale a quello umano, in una dimensione in cui il singolo sasso coincide con l’intera montagna.