Pietro Di Corrado – FAVOLACCE

07/09/2021 – 11/10/2021

Photo Matteo De Nando (Crates design)

IT

Quand’è che l’arte diventa design, la scenografia si trasforma in architettura, l’illustrazione spazia in pittura, l’artigianato passa a produzione seriale, il vecchio si rivela nuovo? E poi di nuovo al contrario, senza un ordine particolare e gerarchie critiche? Cosa viene prima tra una scultura, uno schizzo e una tela? A Pietro di Corrado piace bazzicare in quello spazio intermezzo tra definizioni e categorie, rasentando terreni bizzarri dove un peso da bilanciere – un disco – è anche un alieno volante, capace di muoversi freneticamente tra ricordi d’infanzia, riti personali d’ogni giorno e storia dell’arte e del design; alterando a piacimento scala, tempo e spazio, in un vortice di stimoli. È un cortocircuito metafisico, uno shock mentale di forme e colori, sofisticatezza e rudimentalità, funzionalità e inutilità. Un decollo in verticale verso un luogo fatto di oggetti cari, dettagli architettonici e temporalità convergenti.
Una Milano postmoderna sulla luna, o un semplice luogo di favole, Favolacce – belle, brutte, vere, false, a lieto fine, spaventose – uno spazio per allenarsi a pensare al caos, e a tutte le sue potenzialità.
Una serie di aeroplanini luminescenti si erge orgogliosamente formando un cerchio che circonda uno strano oggetto. Ricordano quelli che si facevano a scuola con le pagine dei quaderni, la sola differenza che questi risultano parecchio ingigantiti… alti tanto quanto Pietro Di Corrado quando cresceva, e prendeva misura del suo crescere, durante le pigre estati passate nella vecchia casa di famiglia giù al mare. Sono infatti oggetti-memoria della fanciullezza che risplendono, più che sbiadirsi, in tutta la loro goffa fragilità; bambini essi stessi, con il cordone ombelicale ancora attaccato alla madre, anch’essa fieramente eretta e custode di un piccolo portale da cui rumoracci striduli e alieni invadono lo spazio. L’intero gruppo, con le proprie strane funzioni e esagerata impraticabilità, esiste tra i mondi della scultura e del design. La madre, un gigantesco quadro elettrico; i bambini, una serie di sorgenti luminose fluorescenti ma soffuse, di elegante design industriale e artigianato domestico. Analogamente lo strano oggetto al centro del cerchio, con i suoi toni verde acido e arancio, sembra un modellino architettonico per un complesso residenziale degli anni ‘60, o un trono atterrato dallo spazio. Al posto dei piedi presenta minuscoli tentacoli, e molti dettagli insoliti che spesso popolano anche i dipinti di Di Corrado. La sua forma è scalata da una panca, quella che l’artista usa tutti i giorni per allenarsi con il suo pesante bilanciere. Una panchina rimpicciolita fatta di pelle rugosa, come una vecchia regina o un antico Ziggurat.

Di Corrado rende omaggio alle sue origini e dintorni, creando un ambiente eclettico e bizzarro. Unisce intuizioni corporee e scarabocchi improbabili su carta millimetrata con estetica postmoderna, inchinandosi alla rilevanza politica del movimento e al suo attacco e sospetto verso l’individualità, le utopie di larga scala, la ragione e la distinzione tra cultura alta e bassa. Ma proprio dove il postmoderno ha fallito nel de-costruire le sue affinità con il capitalismo – diventa terreno di gioco per l’artista ed i suoi esperimenti. Il domestico assume una particolare rilevanza, ma anche il corpo e le diverse complessità che possono nascondersi in ogni cosa, da un centro residenziale periferico di Milano, ad un cancello arzigogolato senza serratura, una fiaba o un orifizio oscuro. Bazzicare ai limiti tra elegante e goffo, e categorie in generale, diventa una scusa per allenare l’occhio e la mente a idee di molteplicità e imprecisione, lasciando spazio a un caos di possibilità e furia collettiva. Guardando le opere di Di Corrado viene in mente una citazione da Genesis di Michel Serres: “We live and think within the mix. Zebra-streaked, tiger-striped, variegated, motley, fleck-speckled, bedizened, star-spangled. We invent, we produce like the Demiurge, in and through the mix.”

Caterina Avataneo

ENG

When does art become design, scenography casts architecture, illustration turns into painting, craft transforms into serial production, the old grows new? And then reversed again, with no particular order and critical hierarchies? What comes first between a sculpture, a sketch and a canvas? Pietro di Corrado likes to stay at the very edge between definitions and categories, floating on quirky grounds where a barbell weight – a “disco” in Italian – becomes a spaceship – “disco-volante” able to move electrically between childhood memories, domestic rituals and the history of art and design; shifting scale, time and space in a vortex of stimuli. It’s a metaphysical short circuit, a mental shock of forms and colours, high and low, functionality and worthlessness. A blast off towards a place made of dear objects, architectonic details and converging timelines. A Postmodern Milan on the moon, or just a place of tales, Favolacce – good, bad, true, false, happy, scary – a space for training to chaos and all its potential.
A group of luminescent school paper planes stands proudly in a circle surrounding a strange object. They are much enlarged, and tall; as tall as Pietro Di Corrado was when growing up during lazy summers at his seaside family house, and marking on the wall his gradual body transformation. They are in fact memory-objects from childhood glowing, rather than fading, in all their clumsy fragility; children themselves, with their umbilical cord still attached to their paper mother also standing proudly and disclosing a small portal from which a series of acute vibrations and other noises populate the space. The entire group, with their strange functions and exaggerated impracticability, exist between
the worlds of sculpture and design. The mother, a gigantic electric panel; the children, a series of suffused light-sources of sleek industrial design and domestic craft. Similarly the strange object at the centre of the circle, with its acid green and orange tones, is reminiscent of a small architectural model for a residential complex of the 60s, or a throne landed from space. It has tiny tentacles as its feet, and many unusual details that often populate Di Corrado’s paintings too. Its form is scaled from a bench, one that the artist uses everyday for his physical exercises with his heavy barbell. A dwindle bench made of wrinkled skin, like an old queen or an ancient Ziggurat.

Di Corrado pays a tribute to his origins and surroundings, creating an eclectic explosion of strangeness. He joins bodily intuitions and inexpert scrabbles on graph paper with postmodern aesthetics, bowing to the political relevance of the movement and its attack and suspicion towards individuality, big scale utopias, reason and distinction between high and low culture. But where the postmodern failed – in deconstructing its link and affinity with capitalism – becomes the artist’s playground for experiments. The domestic takes on a particular relevance, but also the body and the diverse complexity that can be hidden all over, from a peripheral housing complex of Milan, to a contorted gate with no lock, a fable or a dark orifix. Pushing the limits between sophistication and awkwardness, and categories whatsoever, becomes
an excuse to train the eye and the mind to ideas of multiplicity and imprecision, leaving space for a chaos of possibilities and collective fury.
Looking at Di Corrado’s works, a quote from Michel Serres’ Genesis comes to mind: “We live and think within the mix. Zebra-streaked, tiger-striped, variegated, motley, fleck-speckled, bedizened, star-spangled. We invent, we produce like the Demiurge, in and through the mix.”

Caterina Avataneo